Un giorno entrai a far parte di un gruppo di persone piuttosto curioso: una decina di persone che avevano obiettivi, valori, priorità e filosofie di vita molto diverse tra loro.
Quasi subito m’accorsi che il gruppo condivideva una filosofia non-ordinaria, basata su livelli di autenticità, non-giudizio e rispetto che non avevo ancora mai incontrato in vita mia.
La sintesi che mi arrivava era …
Che ogni persona vive secondo il miglior modo che ha trovato per salvarsi nel mondo!
Che non vi è alcun modello psicologico al quale tendere.
Che qualunque meccanicità del nostro comportamento è la soluzione più sensata che ciascuno di noi ha trovato per salvarsi in un mondo difficile, e dunque non ha senso giudicarsi.
Che non ha senso pensare che dovremmo essere diversi, o più svegli, o più risolti di come siamo qui e ora.
Che siamo in ogni attimo in cambiamento, in evoluzione, in espansione di coscienza e in adattamento creativo, di esperienza in esperienza.
Il gruppo di Counseling Gestalt ad indirizzo Fenomenologico-Esistenziale al quale mi ero aggregato mi piaceva, tant’è che poi è diventato un mio appuntamento fisso del Master in Counseling.
In passato avevo frequentato gruppi di alchimia interiore ispirati anche agli insegnamenti di Gurdjieff, dove con la filosofia di riferimento e con l’intento di ‘svegliarsi’ a stati di coscienza superiori, si finiva spesso per vivere la sensazione di non essere abbastanza svegli o presenti a sè stessi.
E avevo frequentato anche gruppi di psicologia e psicoterapia, nei quali, con l’intento di essere forse un giorno emancipati da tutte le dinamiche familiari ritenute invalidanti e causa di tutti i nostri meccanismi, si finiva spesso per vivere quel senso di inadeguatezza per cui occorreva poi ‘analizzarsi’ a oltranza.
Sia chiaro che ogni percorso io l’ho scelto, e m’ha fatto bene per come io ero in quel periodo.
In questo nuovo gruppo respiravo il rispetto profondo per ‘lo sforzo e la fatica organismica’ fatta per salvarmi meglio che potevo lungo la mia vita.
Provavo una bella sensazione di fiduciosa accoglienza di ciò che siamo, che ero ‘sveglio’ al punto giusto per me, che i miei ‘preziosi’ meccanismi servivano per sentirmi al sicuro, quanto basta, immerso in un mondo tutt’altro che facile. Che non avremmo fatto l’inventario e l’analisi dei traumi del passato, ma che avremmo fatto esperienze di relazione nel qui e ora. Che anche mentre facevo esperienza di relazione con uomini e donne con valori e filosofia di vita diversa dalla mia, ugualmente potevamo aiutarci davvero tanto.
Trovo straordinariamente vero questo passo di C. Naranjo (tratto da ‘Per una Gestalt viva’) dove parla dell’Autenticità da tenere durante una sessione o un gruppo in relazione d’aiuto.
“L’apertura alla verità: un desiderio genuino di conoscerla per vivere in accordo con essa.
Un vero cercatore di verità non ha quasi difese e nella situazione terapeutica (o relazione d’aiuto) sa ascoltare perché è disposto a pagare il prezzo emotivo della verità.
É in gioco quel che Gurdjieff chiamava “sofferenza cosciente”, ovvero non cercare di eludere il dolore inevitabile, il che implica rispetto per la realtà delle cose”.
Nella relazione Gestalt che hanno passato a me, tale principio è da intendersi in ogni qui-e-ora valido per tutti i partecipanti alla relazione, in piena AUTENTICITÀ: partecipanti, aiutati e aiutanti.
In fondo non si tratta di lavoro su di sé, ma di lavoro su di noi.
Buona Vita!
Sandro
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